Bollo auto: La mancata presentazione della domanda di esenzione, non determina la decadenza del beneficio

La mancata presentazione dell’istanza di esenzione non costituisce, pacificamente, causa di decadenza dal godimento dell’esenzione.

Lo ha precisato la Ctp di Caltanissetta con la sentenza n. 852/02/17 depositata il 25 luglio 2017.

Il fatto

La ricorrente, in qualità di erede, ha impugnato un avviso di accertamento relativo a tassa auto per l’anno 2010, assumendo l’inesistenza della pretesa, posto che il de cuius era soggetto portatore di handicap in situazione di gravità, peraltro riconosciuto dalla stessa amministrazione.

L’Agenzia a propria difesa ha dedotto che l’interessato, per godere dell’esenzione dalla tassa, deve provvedere a formulare l’istanza, con la necessaria documentazione, entro 90 gg. dal termine per il pagamento della tassa all’ufficio competente. Nella fattispecie, il de cuius non aveva formulato tale istanza, con riferimento al veicolo oggetto dell’accertamento, né aveva richiesto la revoca dell’esenzione per il veicolo posseduto in precedenza;

Decisione della commissione

Il ricorso è fondato. Non è contestato, e comunque risulta documentalmente provato dalla ricorrente, il possesso in capo al de cuius dei requisiti per godere dell’esenzione richiesta. La ricorrente ha pure provato documentalmente la rottamazione del precedente veicolo posseduto dal de cuius in data anteriore all’acquisto del veicolo oggetto di causa. La mancata presentazione dell’istanza di esenzione non costituisce, pacificamente, causa di decadenza dal godimento dell’esenzione. Tale ultima condotta costituisce tuttavia grave ed eccezionale ragione di compensazione delle spese del giudizio, posto che la ragione di esenzione è stata, di fatto, taciuta all’ufficio.

Conferimento in new-co e cessione quote non riqualificabile come cessione d’azienda

L’operazione di costituzione di newco, tramite conferimento di ramo d’azienda, e successiva cessione totalitaria delle quote della stessa ad una terza società, non è riqualificabile in una cessione di ramo d’azienda e pretendere pertanto l’imposta di registro in misura proporzionale.

Lo ha precisato la Ctr Lombardia con la sentenza n. 2429/10/2017 depositata il 31 maggio 2017.

Motivazioni

Da un punto di vista sostanziale

Da un punto di vista sostanziale, l’Amministrazione non può sindacare la volontà delle particonsistente nella libertà delle scelte aziendali e societarie, perché diverse sono le ragioni in base alle quali è preferibile optare per la cessione di quote rispetto alla cessione d’azienda (ad esempio, i profili di responsabilità differenti del cessionario di quote rispetto al cessionario d’azienda).

Dal punto di vista giuridico

Dal punto di vista giuridico, bisogna tener conto che trattasi di due negozi distinti, disciplinati da differenti regole legali, contabili nonché fiscali come risulta dalla diversa disciplina agli stessi riservata proprio in tema di imposta di registro (alle cessioni di quote l’imposta si applica in misura fissa, mentre alla cessione d’azienda in misura proporzionale). E il legislatore ha chiaramente disposto che l’imposta di registro è “imposta d’atto”, che guarda agli effetti giuridici dello stesso e non alle sottostanti ragioni economiche.

Onere probatorio

Dal punto di vista dell’onere probatorio, l’operazione è legittima se l’Amministrazione non prova che l’unico scopo dell’operazione è il risparmio di imposta.

Nullo il provvedimento di sospensione del rimborso iva senza contraddittorio

L’amministrazione finanziaria prima di sospendere l’erogazione di un rimborso Iva a favore di un contribuente, in ragione di altre pendenze tributarie esistenti è tenuta ad attivare il contraddittorio endoprocedimentale.

Lo ha stabilito la Ctp di Milano con la sentenza n. 4279 del 20 giugno 2017.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il provvedimento di sospensione del pagamento previsto dall’art. 69 del R.D. 18 novembre 1923, n. 2440, è espressione del potere di autotutela della P.A. a salvaguardia dell’eventuale compensazione legale dell’altrui credito con quello, anche se attualmente illiquido, che l’amministrazione abbia o pretenda di avere nei confronti del suo creditore, ed ha portata generale in quanto mira a garantire la certezza dei rapporti patrimoniali con lo Stato, mediante la concorrente estinzione delle poste reciproche (attive e passive).

Ne consegue l’applicabilità della norma anche ai rimborsi dell’I.V.A., fino al sopraggiungere dell’eventuale giudicato negativo circa la concorrente ragione di credito vantata dall’erario (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 7320 del 28/03/2014 Rv. 630172 – 01).

Peraltro, contrariamente a quanto sostiene l’Ufficio, i provvedimenti cautelari vanno valutati con riferimento alla materia alla quale si riferiscono, che nella specie è l’I.V.A.

In tal senso si è espressa la Corte Suprema di cassazione a Sezioni Unite, affermando che, in tema di riscossione coattiva delle imposte, l’Amministrazione finanziaria prima di iscrivere l’ipoteca su beni immobili ai sensi dell’art. 77 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (nella formulazione vigente “ratione temporis“), deve comunicare al contribuente che procederà alla suddetta iscrizione, concedendo al medesimo un termine – che può essere determinato, in coerenza con analoghe previsioni normative (da ultimo, quello previsto dall’art. 77, comma 2 bis, del medesimo D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, come introdotto dal D.L. 14 maggio 2011, n. 70, conv. con modif. dalla L. 12 luglio 2011, n. 106), in trenta giorni – per presentare osservazioni od effettuare il pagamento, dovendosi ritenere che l’omessa attivazione di tale contraddittorio endoprocedimentale comporti la nullità dell’iscrizione ipotecaria per violazione del diritto alla partecipazione al procedimento, garantito anche dagli artt. 41, 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali della Unione europea, fermo restando che, attesa la natura reale dell’ipoteca l’iscrizione mantiene la sua efficacia fino alla sua declaratoria giudiziale d’illegittimità. (Sez. U, Sentenza n. 19667 del 18/09/2014 (Rv. 632586 – 01).

Poiché nel caso in esame si versa in ipotesi di I.V.A. doveva essere attivato contraddittorio endoprocedimentale. Ne consegue la nullità del provvedimento impugnato e nella decisione sono assorbite le ulteriori doglianze. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo in ragione del valore della controversia.

L’omesso versamento dei contributi previdenziali non integra la bancarotta

L’omesso versamento di contributi previdenziali non integra la bancarotta per dissipazione perché non rappresenta un’operazione in grado di ridurre il patrimonio dell’impresa e non va ad incidere direttamente sulla sua consistenza patrimoniale, pur potendo risultare incoerente con il legittimo esercizio dell’attività d’impresa. Viceversa ciò può accadere nel caso in cui le risorse finanziarie originariamente destinate al pagamento dei contributi previdenziali fossero poi invece state spese per altri fini.

Lo ha precisato la Cassazione con la sentenza n. 34836/2017 del 30 maggio 2017.

Motivazioni

La condotta in concreto contestata nel mancato versamento di contributi previdenziali non appare in sé riconducibile a tale paradigma normativo. La stessa infatti, pur potendo espressamente essere qualificata come un’operazione, o per meglio dire una serie di operazioni, incoerenti con il legittimo esercizio dell’attività di impresa, non incide direttamente sulla consistenza patrimoniale dell’impresa stessa, viceversa esponendo quest’ultima all’eventuale insorgenza di un obbligo sanzionatorio nei confronti dell’erario.

A diverse conclusioni potrebbe giungersi laddove la condotta addebitata fosse delineata nella spendita ad altri fini di risorse destinate al pagamento dei contributi, o la cui uscita sia comunque contabilmente giustificata in questi termini; situazione nella quale, e solo nella quale, troverebbe peraltro applicazione l’ipotesi della bancarotta per distrazione nella quale il Procuratore generale in sede ha chiesto la riqualificazione della condotta in esame. La possibilità di riconoscere tale situazione nel caso concreto non è stata tuttavia considerata nella sentenza impugnata; essendosi la Corte territoriale limitata ad attribuire la diversa qualificazione giuridica della bancarotta per dissipazione alla mera omissione del versamento dei contributi, erroneamente contestata, per quanto detto in premessa, come bancarotta impropria per causazione del fallimento.

Non basta la perizia a rettificare il valore della vendita del ramo d’azienda

Il Fisco non può determinare il prezzo di cessione di un ramo di azienda rifacendosi ai risultati della stima operata dall’agenzia del Territorio senza provvedere ad una autonoma ricognizione del probabile valore di mercato.

Lo ha precisato la Ctp di Milano sentenza n. 3641/01/2017 depositata il 23 maggio 2017.

Motivazioni

L’ufficio nel determinare il valore di mercato del ramo di azienda, non si è limitato a recepire il prezzo determinato dall’agenzia del Territorio ma a questo valore ha aggiunto il valore dell’avviamento, considerandolo, di fatto, due volte.

Infine, i giudici hanno rilevato che se l’Agenzia avesse attentamente vagliato la perizia avrebbe rilevato la presenza di molteplici errori, che rendevano le considerazioni formulate del tutto generiche.

Nullo l’accertamento se la delega di firma non è nominativa

Niente di nuovo, ma solo l’ennesima conferma dalla Cassazione che ribadisce che nel caso di sottoscrizione dell’avviso di accertamento da parte di un impiegato della carriera direttiva delegato dal capo dell’ufficio è sempre necessaria l’indicazione nominativa del soggetto delegato.

La Cassazione con l’ordinanza n. 15781/2017 del 23 giugno 2017 ha stabilito che in base all’art. 42 dPR 600/1973, l’avviso di accertamento è nullo se non reca la sottoscrizione del capo dell’ufficio o di altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato. Tale delega può essere conferita o con atto proprio o con ordine di servizio purché venga indicato, unitamente alle ragioni della delega (ossia le cause che ne hanno resa necessaria l’adozione, quali carenza di personale, assenza, vacanza, malattia, etc.) il termine di validità ed il nominativo del soggetto delegato. E non è sufficiente sia in caso di delega di firma, sia in caso di delega di funzione, l’indicazione della sola qualifica professionale del destinatario della delega, senza alcun riferimento nominativo alle generalità di chi effettivamente rivesta la qualifica richiesta.

Sono perciò illegittime le deleghe impersonali, anche “ratione officii” prive di indicazione nominativa del soggetto delegato. E tale illegittimità si riflette sulla nullità dell’atto impositivo – cfr. Cass. n. 25017/2015 -, fermo in ogni caso l’onere dell’amministrazione di fornire la prova, in caso di contestazione, della valida delega conferita al sottoscrittore Cass. n. 18758/2014, Cass. n. 12781/2016, Cass. n. 9736/2016, Cass. n. 22800/2015.

Valido l’avviso di accertamento nel quale l’Ufficio non abbia dato contezza di chiarimenti, repliche e spiegazioni del contribuente

La Cassazione conferma un precedente indirizzo (cfr., sent. n. 15616/2016), negando che sia invalido l’avviso di accertamento nel quale l’Ufficio non abbia dato contezza di chiarimenti, repliche e spiegazioni del contribuente – espressi con le memorie successive alla verifica come da art. 12, comma 7, della L. n. 212/2000 – e delle ragioni per le quali disattenderli.

Lo ha fatto nella recente la Cassazione con la sentenza n. 21408/2017 del 15 settembre 2017.

Motivazioni

In tema di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, è valido l’avviso di accertamento che non menzioni le osservazioni presentate dal contribuente ai sensi della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, atteso che la nullità consegue solo alle irregolarità per cui essa sia espressamente prevista dalla legge, oppure, in difetto di previsione, allorchè ricorra una lesione di specifici diritti o garanzie tali da impedire la produzione di effetti da parte dell’atto cui ineriscono (Cass., n. 3583 del 24.2.2016; ord. n. 8378 del 31.3.2017).

L’omessa menzione negli avvisi delle osservazioni del contribuente non ha comportato nullità, non essendo emersa alcuna lesione di garanzie difensive tali da incidere sugli atti impugnati.

La nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi è rilevabile d’ufficio

E’ rilevabile d’ufficio – anche in sede di gravame – la nullità, ai sensi dell’articolo 1283 Cc, della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente sul saldo passivo di conto corrente bancario, quando il giudice debba utilizzare il titolo contrattuale posta fondamento della pretesa, come nel giudizio di opposizione avverso il decreto ingiuntivo che la banca abbia ottenuto.

Lo ha precisato la Cassazione con l’ordinanza n.16188 del 28 giugno 2017

Per il fisco valgono anche le copie fotostatiche

Il giudice non può limitarsi a negare ogni efficacia probatoria alle copie prodotte solo sulla base della riscontrata mancata certificazione di conformità proveniente da un pubblico ufficiale tra copie ed originali cartacei dei documenti rilevanti ai fini della decisione.

Per cui il fisco può limitarsi a produrre le copie in giudizio ed il giudice deve valutare lo specifico oggetto delle contestazioni di difformità operate dalla parte destinataria delle notifiche, sulla base degli elementi istruttori disponibili, anche di natura presuntiva, ed in tale ottica deve valutare anche, attribuendogli il giusto rilievo, l’eventuale attestazione da parte dell’agente della riscossione della conformità delle copie prodotte.

Lo ha precisato la Cassazione con l’ordinanza n.23902/2017 pubblicata in data 11 Ottobre 2017.

Motivazioni

La prova del perfezionamento del procedimento di notificazione

«in tema di notifica della cartella esattoriale, ai sensi dell’art. 26, comma 1, seconda parte, del D.P.R. n. 602 del 29 settembre 1973, la prova del perfezionamento del procedimento di notificazione e della relativa data è assolta mediante la produzione della relata di notificazione e/o dell’avviso di ricevimento, recanti il numero identificativo della cartella stessa, non essendo necessario che l’agente della riscossione produca la copia della cartella di pagamento (la quale, una volta pervenuta all’indirizzo del destinatario, deve ritenersi ritualmente consegnata a quest’ultimo, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c., superabile solo se il medesimo dia prova di essersi trovato senza sua colpa nell’impossibilità di prenderne cognizione)»;

La produzione della copia fotostatica

«laddove l’agente della riscossione produca in giudizio copia fotostatica della relazione di notificazione e/o dell’avviso di ricevimento della cartella di pagamento, recanti il numero identificativo della cartella stessa, con la certificazione di conformità alle risultanze informatiche in suo possesso, e l’obbligato contesti la conformità delle copie prodotte agli originali, ai sensi dell’art. 2719 c.c., il giudice – anche laddove escluda in concreto la sussistenza di una rituale certificazione di conformità delle copie agli originali proveniente da pubblico ufficiale, tale da eliminare ogni questione – non può limitarsi a negare ogni efficacia probatoria alle copie prodotte solo sulla base della riscontrata mancanza della suddetta certificazione, ma deve comunque valutare lo specifico oggetto delle contestazioni di difformità operate dalla parte destinataria delle notifiche, sulla base degli elementi istruttori disponibili, anche di natura presuntiva, ed in tale ottica deve valutare anche, attribuendogli il giusto rilievo, l’eventuale attestazione da parte dell’agente della riscossione della conformità delle copie prodotte alle riproduzioni informatiche degli originali dei documenti in suo possesso».

Crediti della società estinta: il creditore deve provare la distribuzione dell’attivo risultante dal bilancio finale di liquidazione

La cartella di pagamento, notificata ad una società a responsabilità limitata, cancellata dal registro delle imprese in data antecedente alla notifica della cartella stessa, non può che essere affetta da nullità, sulla base del principio giurisprudenziale consolidato espresso da una e più recenti decisioni della Suprema Corte.

Sul punto, la Cassazione ritiene, infatti, che la cancellazione di una società consente di presumere il venir meno della capacità e soggettività giuridica della stessa con conseguente nullità degli avvisi di accertamento (ciò vale anche per gli atti esattoriali), notificati alla società estinta e cancellata dal registro delle imprese.

Per quanto riguarda, poi, il recupero degli eventuali crediti, il creditore deve agire nei confronti della compagine sociale esistente al momento della cancellazione, purché egli, ai sensi dell’articolo 2697 cod. civ., sia in grado di provare, in concreto, che dal bilancio finale di liquidazione vi sia stata distribuzione dell’attivo risultante dal bilancio medesimo e che una quota di tale attivo sia stata dai soci materialmente riscossa.

C.T.P. di Caltanissetta, Sez. II, Sent. n. 841 del 2 agosto 2017