Società non operative, impugnabile il provvedimento che respinge l’istanza

La risposta negativa del direttore generale dell’Entrate all’istanza del contribuente volta ad ottenere la disapplicazione di una norma antielusiva può essere impugnato avanti la giurisdizione tributaria in quanto a seguito dell’ampliamento della giurisdizione operato dalla legge 448/2001, è sufficiente a sorreggere tale impugnazione il suo interesse (art. 100 C.p.c.) ad invocare il controllo giurisdizionale, e che tale possibilità è facoltativa e non obbligatoria.

Così la CTR Milano con la sentenza n. 2997/2017 del 5 luglio 2017.

La scheda carburante è sufficiente a ricostruire il reddito del tassista

E’ sufficiente il dato ricavato dalle schede carburante per la ricostruzione del reddito prodotto da un tassista in un anno d’imposta, indifferentemente se abbia o meno “dedicato” parte del tempo ad altre attività, quali nel caso di specie la carica di consigliere di una cooperativa di radiotaxi.

La vicenda riguarda un tassista che nella propria difesa avrebbe dichiarato di non aver esercitato la sua attività per tutto l’anno, bensì soltanto per i primi cinque mesi. Nel resto dell’anno, pur conservando la licenza di taxi, non avrebbe più esercitato l’attività, avendo accettato la carica di consigliere di una cooperativa radiotaxi che gli garantiva un discreto reddito.

Ma per la CTR è stato decisivo, infatti, il dato risultante dalle schede carburante da lui stesso emesse. Tali schede, previste dall’art. 2 della legge 21 febbraio 1977 n. 31, documentano gli acquisti di carburante, con valore sostitutivo della fattura di cui all’articolo 22 del d.P.R. 26 ottobre 1972 numero 633, e si riferiscono esclusivamente all’attività d’impresa esercitata dal tassista.

Il relativo chilometraggio, desumibile dalla scheda del dicembre 2009, vale a dire da un documento sostitutivo della fattura, non può riferirsi se non ai costi sostenuti per carburante nello svolgimento dell’attività di tassista, e che per questo stesso motivo sono imputabili all’attività d’ impresa, e funzionali alla deduzione dei relativi costi.
L’operato dell’agenzia delle entrate è risultato poi congruo e prudente nell’abbattimento del chilometraggio medesimo, con imputazione di una rilevante parte all’uso privato del mezzo.

Così la Ctr Lombardia con la sentenza n. 3025/24/2017 del 7 luglio 2017.

Imposta sulla pubblicità: l’imposta è unica anche in presenza di più messaggi

L’impresa che intende pubblicizzare i propri prodotti apponendo diversi messaggi pubblicitari su diverse frecce-segnaletiche ma situate nello stesso palo di sostegno, deve versare l’imposta calcolata unitariamente e non su ogni singola freccia.

Così la Ctp di Milano con sentenza n. 4475/23/2017 del 30/06/2017.

Motivazioni

Questo Collegio non trova motivo di discostarsi dalla normativa vigente in materia e neppure dalla giurisprudenza consolidata formatasi nel tempo, quindi, risultando pacifico che le frecce sono fisicamente indipendenti fra loro (tanto da poter venire singolarmente rimosse) e che l’unico elemento materiale di raccordo è rappresentato dal palo di sostegno delle stesse, deve ritenersi che il dato aggregante atto ad individuare il presupposto impositivo, sia costituito, oltre che dal medesimo soggetto pubblicizzato, dalla connessione fra le frecce stesse.
In tal senso anche la Cassazione con la sentenza n. 252/12, laddove considera il mezzo pubblicitario nella sua unicità, qualora si sia in presenza di una pluralità di frecce che espongono la stessa pubblicità (anche se non collocate fisicamente sul medesimo supporto) e sono riferibili alla medesima ditta, come nel caso in questione. Corretto risulta quindi il criterio di calcolo adottato dalla soc. ricorrente che tassò le frecce in questione quale unico presupposto impositivo.”

Equitalia non può stare in giudizio con un soggetto esterno all’organizzazione (avvocato)

L’agente della riscossione, al pari di quello dell’Agenzia delle entrate e di quello dell’Agenzia delle dogane e de monopoli e della cancelleria o segreteria dell’ufficio giudiziario, nei cui confronti è proposto il ricorso, deve stare in giudizio direttamente (o mediante la struttura territoriale sovraordinata), cioè – deve ritenersi – in persona dell’organo che ne ha la rappresentanza verso l’esterno (o, se si preferisce, la cd. rappresentanza legale) o di uno o più suoi dipendenti dallo stesso organo all’uopo delegati, e non può farsi rappresentare in giudizio da un soggetto esterno alla sua organizzazione.

Lo ha precisato la Commissione Tributaria Provinciale di Napoli, sez. 1, 23.06.2017, n. 11055.

Motivazioni

Per effetto delle modifiche apportatevi dall’art. 9, co. 1, lett. d), del d.lgs. 24 settembre 2015, n. 156, ed entrate in vigore il 1 ° gennaio 2016, l’art. 11 del d.lgs. 546/1992 ora infatti, dopo aver, al primo comma, stabilito che «le parti diverse da quelle indicate nei commi 2 e 3 possono stare in giudizio anche mediante procuratore generale o speciale», al secondo comma dispone che «l’ufficio dell’Agenzia delle entrate e dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli … nonché dell’agente della riscossione, nei cui confronti è proposto il ricorso, sta in giudizio direttamente o mediante la struttura territoriale sovraordinata» e che «stanno altresì in giudizio direttamente le cancellerie o segreterie degli uffici giudiziari per il contenzioso in materia di contributo unificato» ed al terzo comma aggiunge che «l’ente locale nei cui confronti è proposto il ricorso può stare in giudizio anche mediante il dirigente dell’ufficio tributi, ovvero, per gli enti locali privi di figura dirigenziale, mediante il titolare della posizione organizzativa in cui è collocato detto ufficio».

Per cui attualmente, nei giudizi innanzi alle commissioni tributarie, l’agente della riscossione deve essere assistito tecnicamentema non può farsi rappresentare da un difensore abilitato scelto tra quelli muniti dei requisiti indicati dall’art. 12, co. 2, del d.lgs. 546/1992, nel testo anteriore alle modifiche apportatevi dall’art. 9, co. 1, lett. e), del d.lgs. 156/2015, come, ad esempio, un avvocato iscritto nel relativo albo professionale.

Opposizione agli atti esecutivi esperibile davanti alle Commissioni Tributarie – Cassazione civile, SS.UU., sentenza 05/06/2017 n° 13913

Se il contribuente vuole far valere la nullità del pignoramento derivante da un’invalida notifica del titolo esecutivo, sia esso cartella di pagamento o avviso “impo-esattivo”, deve rivolgersi al giudice tributario proponendo una opposizione agli atti esecutivi.

Oggetto del giudizio della Suprema Corte è una sentenza della CTR che, in riforma della pronuncia di primo grado, afferma la giurisdizione tributaria qualora la contestazione sottesa all’atto di pignoramento impugnato riguardi un’invalida notifica del titolo esecutivo.

Questo è l’approdo delle Sezioni Unite che risolve il contrasto tra giurisdizione ordinaria e giurisdizione tributaria, a favore di quest’ultima.

Secondo un primo orientamento giurisprudenziale, due erano gli aspetti da valorizzare per determinare la giurisdizione.

Il primo era la materia: l’art. 2, primo comma, del d.lgs. 546 del 1992 prevede espressamente che se la controversia ha ad oggetto tributi,  la giurisdizione spetta agli organi tributari.

Il secondo mirava a superare la linea di demarcazione tracciata dal legislatore stesso, sempre nell’art 2, primo comma secondo capoverso, citato, che esclude l’impugnabilità  degli atti esecutivi (compreso il pignoramento) dinnanzi al Giudice Tributario. Diveniva, dunque, necessario stabilire quale fosse il reale “oggetto della controversia”: se la contestazione riguardava non l’atto dell’esecuzione bensì il titolo esecutivo ad esso sotteso, allora innegabile era la giurisdizione tributaria, posto che  il titolo esecutivo è atto impugnabile  ai sensi dell’art. 19d.lgs. 546 del 1992.

Valorizzando questi due aspetti (materia e atto effettivamente contestato), tale parte della Suprema Corte consentiva di adire la giurisdizione tributaria, impugnando direttamente atti dell’esecuzione dinnanzi alla Commissione Tributaria competente, quando si provvedesse a contestare la notifica della cartella di pagamento [1].

Il secondo orientamento giurisprudenziale, invece, così prevedeva: “l’opposizione agli  atti esecutivi avverso l’atto di pignoramento, che si assume viziato,  è ammissibile dinanzi al giudice ordinario, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 57 e dell’art. 617 c.p.c., anche quando ne venga fatta valere la nullità  per omessa notificazione della cartella di pagamento o dell’intimazione  ad adempiere, con la conseguenza che, in tale caso, il giudice dovrà verificare  solo  la sussistenza o meno del difetto di notifica all’esclusivo fine di pronunciarsi sulla nullità dell’atto consequenziale”[2].

Appare di tutta evidenza come tale ultimo orientamento desse invece rilevanza ai seguenti aspetti: 1) il Giudice ordinario aveva giurisdizione ogni volta che l’opposizione avesse a oggetto un atto dell’esecuzione; 2) non era determinante che il vizio di notifica incidesse su un atto oggetto di giurisdizione tributaria (cartella di pagamento o avviso impo-esattivo), posto che tale vizio doveva essere valutato dal GO quasi incidentalmente, per arrivare ad invalidare il vero atto opposto: il pignoramento.

Ciò posto, la soluzione cui giunge il Supremo consesso a Sezioni Unite supera tale ultimo e più recente approdo – vista la assoluta violazione dell’art. 57 del d.p.r. 602 del 1973 cui lo stesso porta- ritenendo da condividere il primo orientamento.

Secondo le argomentazioni della Corte, in primo luogo, la norma violata prevede espressamente come “non sono ammesse: a) le opposizioni regolate dall’art. 615 c.p.c. fatta eccezione per quelle concernenti la pignorabilità dei beni; b) le opposizioni regolate dall’art. 617 c.p.c. relative alla regolarità formale e alla notificazione del titolo esecutivo.”

La volontà del legislatore è chiara nel ritenere inammissibili le opposizioni agli atti esecutivi relative alla regolarità formale e alla notificazione del titolo esecutivo.

Le Sezioni Unite, inoltre, superano anche il secondo aspetto relativo al vizio dell’atto sotteso al pignoramento, non ritenendo convincente “ripartire la giurisdizione in base al petitum formale contenuta nell’impugnazione proposta dal contribuente (…)  il petitum sostanziale è unico e una ricostruzione simile sarebbe totalmente artificiosa” (…) “rimane tuttavia aperto il problema dell’individuazione del giudice davanti al quale proporre l’opposizione agli atti esecutivi ove concerna la regolarità formale e la notificazione del titolo esecutivo”.

Ed è a tal proposito che i Giudici del Supremo Collegio ritengono che “ammettere davanti al giudice ordinario l’impugnazione del pignoramento per omessa notifica della cartella appare in contrasto con il menzionato divieto di cui all’art 57 (…), divieto che per la sua collocazione sistematica e per la sua sopra ricordata formulazione deve ritenersi assoluto (e dunque diretto non esclusivamente al giudice tributario)”:  si apre, dunque, la strada ad una opposizione agli atti esecutivi  esperibile dinnanzi al Giudice tributario.

L’art. 57, dunque, non deve essere considerato un limite per la giurisdizione tributaria: l’inammissibilità dell’opposizione agli atti esecutivi, relativa alla regolarità formale e alla notificazione del titolo, riguarda solo la giurisdizione ordinaria e non quella tributaria: “in materia di esecuzione forzata tributaria, l’opposizione agli atti esecutivi riguardante l’atto di pignoramento che si assume viziato per l’omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento è ammissibile e va proposta ai sensi dell’art. 2, primo comma secondo periodo e 19 d.lgs. 546 del 1992, 57 d.p.r. 602 del 1973 e 617 c.p.c.davanti al giudice tributario”.

Di fatto, nel far perdere all’art. 57 la natura di divieto assoluto, i Giudici aprono la strada all’esperibilità dinnanzi al Giudice Tributario di una azione tipica del Giudice Ordinario.

Tali conclusioni- a dir poco rivoluzionare- hanno l’indubbio pregio di fornire uno strumento in più al contribuente che vorrà difendersi davanti alla Commissione Tributaria, anche ad esecuzione avviata, senza i limiti dell’art. 57.

Tuttavia, appare d’obbligo ricordare come l’ordinamento processuale tributario nella sua armonia e nel rispetto delle sue regole avesse già  predisposto gli strumenti processuali per impugnare il titolo esecutivo invalidamente notificato.

Basti pensare, ad una applicazione del principio di cui al terzo comma dell’art. 19 del d.lgs 546 del 1992la mancata notificazione di atti autonomamente impugnabili adottati precedentemente all’atto notificato ne consente l’impugnazione unitamente a quest’ultimo. Tale disposto normativo, peraltro, trova la propria consacrazione giurisprudenziale nella giurisprudenza di legittimità, anche a Sezioni Unite, che afferma come “la correttezza del procedimento di formazione della pretesa tributaria è assicurata mediante il rispetto di una sequenza  ordinata secondo una progressione di determinati atti, con le relative notificazioni, destinati, con diversa e specifica funzione, a farla emergere e a portarla nella sfera di conoscenza dei destinatari, allo scopo, soprattutto, di rendere possibile per questi ultimi un efficace esercizio del  diritto  di difesa”[3].

Per di  più -e senza alterare troppo la natura del processo tributario-  la Corte di Cassazione,  con una ancor più recente sentenza a Sezioni Unite, aveva valorizzato la natura recettizia degli atti tributari, consentendo l’impugnazione di un atto conosciuto a mezzo dell’estratto di ruolo, senza aspettare l’atto successivo.[4]

Nell’ottica garantistica dell’art. 24 Cost., tale pronuncia non può che essere ben accolta nel panorama giurisprudenziale, non senza alterare i non facili equilibri processuali tra la giurisdizione ordinaria e quelle speciali, tra cui quella tributaria.


[1] Sul punto si vedano Corte di Cassazione, SSUU. sent. n. 14667 del 5 luglio 2011, confermata dalla Corte di Cassazione sent. n. 20294 del 4 ottobre 2011 e dalla giurisprudenza di merito CTR Bologna, sent. n. 2094/8/2016 del 22 luglio 2016, CTP Napoli, sent. n. 17670 del 18 ottobre 2016,  CTP Potenza n. 495 del 13 maggio 2014,  C.T.P. Piacenza 29.6.2009 n. 71, C.T.P. Milano 27.10.2009 n. 255, C.T.P. Parma 11.2.2010 n. 39 e C.T.P. Milano 10.9.2010 n. 186.

[2] Principio chiaramente espresso nella sentenza della Corte di Cassazione n. 9246 del 2015.

[3] cfr. ex multis Corte di Cass. SSUU n. 16412/2007,  Corte di Cass. n. 6237/2017, Corte di Cass. n. 4049/2017, Corte di Cass. n. 24407/2016, Corte di Cass. n. 19145/2016.

[4]  cfrCass. SS.UU. 2.10.2015 n. 19704, confermato da ultimo da Corte di Cass. ord. n. 1008 del 17 gennaio 2017.

DELEGA IN BIANCO: ARRIVA L’ENNESIMO STOP DELLA CASSAZIONE

Commento alla sentenza n. 12960, emessa dalla Corte di Cassazione il 27.04.2017

Era il 9 novembre del 2015 quando la sezione quinta del più alto organo di giurisdizione tributaria in Italia definì, una volta per tutte, i requisiti essenziali che ogni provvedimento, in virtù del quale un “capo” dell’ufficio abilita un funzionario della carriera direttiva alla sottoscrizione di atti impositivi, debba contenere affinché lo stesso possa ritenersi legittimo allo scopo cui è destinato.

Ricordiamo, infatti, che molteplici furono (ma sono tuttora) le controversie relative ad avvisi di accertamento che si definivano in un senso o nell’altro, previo giudizio, o, diremmo meglio, “pregiudizio” dirimente circa l’eccezione attinente la legittimità dell’atto amministrativo sottoscritto da un soggetto diverso da quello previsto dal legislatore come unica, ci piace sottolinearlo, figura all’uopo deputata.

Ragion per cui, col passare del tempo, divenne quasi inevitabile un intervento supremo che, in qualche modo, fornisse al Giudice di merito la bussola per orientarsi in maniera univoca nelle decisioni cui era chiamato a giudicare su tale profilo di illegittimità.

Non di rado, infatti, era facile assistere a pronunce che consideravano a volte legittimo, a volte illegittimo, lo stesso provvedimento di delega in virtù del quale il funzionario delegato di turno aveva provveduto a sottoscrivere non un singolo atto bensì diversi.

Proprio in virtù di tutto ciò, il Collegio Supremo, chiamato più volte a mettere la parola definitiva su una questione tanto delicata quanto ricorrente nelle aule di giustizia tributaria, sviluppò, nel novembre del 2015, un trittico di sentenze che rappresentano a tutt’oggi il vangelo, se così ci è concesso definirlo, cui il Giudice a quo deve uniformarsi tutte le volte in cui è chiamato a stabilire la presunta legittimità o meno dell’atto di delega ex art. 42, comma 1, del D.p.r n. 600/73.

Di seguito, le massime delle pronunce appena citate:

Sent. n. 22810 del 9 novembre 2015 (emessa il 21 ottobre 2015) – Pres. Cicala, Rel. Terrusi.

In ordine agli avvisi di accertamento in rettifica e agli accertamenti d’ufficio, il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, impone sotto pena di nullità che l’atto sia sottoscritto dal “capo dell’ufficio” o “da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato”, senza richiedere che il capo dell’ufficio o il funzionario delegato abbia a rivestire anche una qualifica dirigenziale; ancorché una simile qualifica sia eventualmente richiesta da altre disposizioni. In esito alla evoluzione legislativa e ordinamentale, sono impiegati della carriera direttiva, ai sensi della norma evocata, i funzionari della terza area di cui al contratto del comparto agenzie fiscali per il quadriennio 2002-2005. In questo senso la norma individua l’agente capace di manifestare la volontà della amministrazione finanziaria negli atti a rilevanza esterna, identificando quale debba essere la professionalità per legge idonea a emettere quegli atti. Essendo la materia tributaria governata dal principio di tassatività delle cause di nullità degli atti fiscali, e non occorrendo, ai meri fini della validità di tali atti, che i funzionari (delegati o deleganti) possiedano qualifiche dirigenziali, ne consegue che la sorte degli atti impositivi formati anteriormente alla sentenza n. 37 del 2015 della Corte costituzionale, sottoscritti da soggetti al momento rivestenti funzioni di capo dell’ufficio, ovvero da funzionari della carriera direttiva appositamente delegati, e dunque da soggetti idonei a esprimere, ai sensi dell’art. 42 del d.P.R. n. 600 del 1973, la volontà dell’amministrazione nei rapporti esterni, non è condizionata dalla validità o meno della qualifica dirigenziale attribuita per effetto della censurata disposizione di cui art. 8, 24° comma, del d.l. n. 16 del 2012.”.

Sent. n. 22800 del 9 novembre 2015 (emessa il 21 ottobre 2015) – Pres. Cicala, Rel. Cicala.

In base all’ art. 42 dpr 600/1973 l’avviso di accertamento è nullo se non reca la sottoscrizione del capo dell’ufficio o di altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato. A seguito della evoluzione legislativa ed ordinamentale sono oggi “impiegati della carriera direttiva” ai sensi dell’art. 42 dpr 600/1973 i “funzionari della terza area” di cui al contratto del comparto agenzie fiscali per il quadriennio 2002-2005 (art. 17). E – in base al principio della tassatività delle cause di nullità degli atti tributari- non occorre, ai meri fini della validità dell’atto, che i funzionari deleganti e delegati possiedano la qualifica di dirigente, ancorché essa sia eventualmente richiesta da altre disposizioni. Ove il contribuente contesti –anche in forma generica – la legittimazione del funzionario che ha sottoscritto l’avviso di accertamento ad emanare l’atto (art. 42 dpr 600/1972), è onere della Amministrazione che ha immediato e facile accesso ai propri dati fornire la prova del possesso dei requisiti soggettivi indicati dalla legge, sia del delegante che del delegato, nonché della esistenza della delega in capo al delegato.”.

Sent. n. 22803 del 9 novembre 2015 (emessa il 21 ottobre 2015) – Pres. Cicala, Rel. Chindemi.

In base all’ art. 42 dpr 600/1973 l’avviso di accertamento è nullo se non reca la sottoscrizione del capo dell’ufficio o di altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato. Tale delega può essere conferita o con atto proprio o con ordine di servizio purché venga indicato, unitamente alle ragioni della delega (ossia le cause che ne hanno resa necessaria l’adozione, quali carenza di personale, assenza, vacanza, malattia, etc.) il termine di validità ed il nominativo del soggetto delegato. E non è sufficiente sia in caso di delega di firma sia in caso di delega di funzione l’indicazione della sola qualifica professionale del destinatario della delega, senza alcun riferimento nominativo alle generalità di chi effettivamente rivesta la qualifica richiesta. Sono perciò illegittime le deleghe impersonali, anche “ratione officii” prive di indicazione nominativa del soggetto delegato. E tale illegittimità si riflette sulla nullità dell’atto impositivo.”.

A ben vedere, dunque, gli Ermellini, con le sentenze in esame, hanno avuto modo di chiarire, in maniera inequivoca, gli elementi necessari e fondamentali che ogni ufficio ha l’obbligo di indicare nel provvedimento mediante il quale autorizza un funzionario alla sottoscrizione dell’avviso di accertamento.

Nel fare ciò, non hanno mancato di precisare, inoltre, come la mancanza di anche solo uno dei requisiti richiesti renda, insanabilmente, nulla la delega, con consequenziale ed inevitabile illegittimità dell’atto impositivo.

Ebbene, fermo il quadro che precede, è opportuno segnalare, però, come nonostante il Collegio di Piazza Cavour sia stato diligente e rigoroso nell’enunciazione dei principi come sopra esposti, ancora oggi diverse sono le commissioni tributarie di merito che disattendono l’incipit del massimo consesso, così come, altrettanto numerosi, sono gli uffici dell’amministrazione finanziaria che persistono nel perorare la legittimità di avvisi di accertamento sottoscritti da funzionari delegati con provvedimenti che fuoriescono completamente dallo schema legale delineato dai Giudici del Palazzaccio.

Proprio una tale situazione ha di fatto stimolato la sensibilità della Corte di Cassazione, la quale, solo pochi giorni fa, è tornata nuovamente ad esprimersi sul tema con la sentenza n. 12960, depositata il 23 maggio scorso.

Nella fattispecie, l’ufficio dell’amministrazione finanziaria aveva chiesto la revisione della sentenza di seconde cure, per “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 42 dpr 600/73 e 21 septies, 21 octies e 21 nonies, legge n. 241/90, non essendo la specificazione del nome del delegato un requisito richiesto a pena di invalidità della delega di firma, coincidendo, nella specie, il delegato con la persona fisica che ricopre il ruolo di responsabile dell’articolazione interna al momento della sottoscrizione dell’atto impugnato.”.

Nel confermare la statuizione dei Giudici di merito, gli Ermellini hanno rievocato i principi enunciati con le pronunce sopra richiamate, avendo cura di sottolineare, in particolar modo, il corretto buon governo del dictum supremo da parte dei decidenti regionali e aggiungendo, dal canto loro, come Occorra, in sostanza, una delega nominativa, perché solo in tal modo si radica il rapporto di fiducia tra delegante e delegato.”.

In sintesi, la Suprema Corte si allinea pienamente alle decisioni precedentemente adottate dalla stessa sulla vexata quaestio, solidificando in maniera sempre più decisa un orientamento che, purtroppo, non sembra ancora convincere i legali dell’agenzia delle entrate, mai poco audaci nel rivendicare la legittimità del loro operato.

Non paga l’IMU l’immobile in costruzione

In tema di imposta comunale sugli immobili, l’accatastamento di un nuovo fabbricato nella categoria fittizia delle unità in corso di costruzione (F/3) non è presupposto sufficiente per l’assoggettamento ad imposta del fabbricato stesso, salva la tassazione dell’area edificatoria e la verifica sulla pertinenza del classamento.

Lo ha precisato la Cassazione con la sentenza n.11694 dell’11 maggio 2017.

Motivazioni

L’art. 2, comma 1, lett. a, d.lgs. 504/1992 stabilisce: «per fabbricato si intende l’unità immobiliare iscritta o che deve essere iscritta nel catasto edilizio urbano» (primo periodo); «il fabbricato di nuova costruzione è soggetto all’imposta a partire dalla data di ultimazione dei lavori di costruzione ovvero, se antecedente, dalla data in cui è comunque utilizzato» (secondo periodo).

Il classamento nella categoria fittizia F/3 («unità in corso di costruzione») – pur essenziale ai negozi civilistici su cosa futura – non segnala una capacità contributiva autonoma rispetto a quella evidenziata dalla proprietà del suolo edificabile.

Imposta sull’area edificatoria

In presenza di un tale classamento, quindi, e fermi i controlli pubblici sulla relativa appropriatezza, l’imposta può attingere solo l’area edificatoria, con la base imponibile fissata dall’art. 5, comma 6, d.lgs. 504/1992 (valore dell’area tolto il valore del fabbricato in corso d’opera).

L’Agenzia può recuperare un credito indicato anche se non utilizzato

Ai fini dell’attività di rettifica e di recupero è del tutto irrilevante l’utilizzazione o meno, in concreto, dell’eccedenza di credito da parte del contribuente, tramite l’istituto della compensazione oppure attraverso il rimborso. L’utilizzo del credito, tramite compensazione e/o rimborso, è una vicenda successiva che non incide sul diritto dell’amministrazione finanziaria a recuperare il credito di cui il contribuente indebitamente fruisce al momento in cui lo riporta nella relativa dichiarazione.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n.11656 del 11-05-2017.

L’attività di volontariato non può essere retribuita

La legge sul volontariato (Legge 266/1991) all’art.2 dispone che l’attività del volontario non può essere retribuita in alcun modo neanche dal beneficiario e che allo stesso possono essere rimborsate dall’organizzazione di appartenenza le spese effettivamente  sostenute per l’attivitità prestata, entro i limiti preventivamente stabiliti dalle organizzazioni stesse.

Appare evidente che queste forme di rimborzo non possono trasformarsi in veri e propri rapporti di “lavoro dipendente”, così come invece traspare dalla ricostruzione dei fatti e dalla documentazione prodotta.

Con queste motivazioni la CTP di Firenze con la sentenza n. 177 del 15/02/2017 ha rigettato il ricorso presentato da una Associazione che corrispondeva ai propri associati, che svolgevano servizi in convenzione con il Comune, compensi in denaro imputandoli a “rimborsi forfettari”.

L’Ufficio considerando compensi dei volontari delle vere e proprie retribuzioni, anche alla luce delle dichiarazioni rilasciate dagli stessi associati, ha provveduto a recuperare le somme relative alle ritenute d’acconto non versate.

Stop all’ipoteca «eccessiva»

L’importo dell’ipoteca iscritta non deve avere un valore superiore al doppio del credito preteso, nel rispetto dei principi di ragionevolezza e proporzionalità definiti ex lege. La violazione di questi limiti determina l’eccessivo sacrificio per il contribuente, configurando altresì l’abuso di diritto, specie in assenza di elementi motivazionali giustificativi.

Così si è espressa la Ctr Lazio con la sentenza n. 6293/12/2017 del 7 dicembre 2016.

Motivazioni

La natura cautelare dell’istituto in esame induce a ritenere fondamentali i caratteri della proporzionalità e della ragionevolezza, pertanto se si supera il doppio dell’importo del credito, non solo si ha lesione dell’art. 77 dPR citato, ma si determina un’eccessivo sacrificio vessando oltre misura il contribuente si da configurare un possibile abuso di diritto, un eccesso dei mezzi di tutela nei suoi riguardi, da parte dell’amministrazione creditrice, comportamento non più tollerabile, anche alla luce del principio costituzionale del giusto processo, previsto nell’art 111 Cost, da cui deriva che “giusto” non può essere un processo frutto di abuso per l’esercizio in forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela del diritto sostanziale ( Cass, Sez 111, sent 6533/2016).